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mercoledì 12 febbraio 2014

martedì 26 novembre 2013

Interessante

I canali neurali della dipendenza dall'alcool - Le Scienze http://www.lescienze.it/news/2013/11/26/news/mutazione_gene_alcolismo_recettori_gaba_canali_ionici-1904294/

martedì 3 aprile 2012

Commento di Mariangela


Merita lo spazio di un post, non di un semplice commento.

Lo scritto ha attinto dai vostri cuori e al meglio, avete descritto la vostra visione umana del mondo, piccoli attimi, percezioni istantanee che colorano la quotidianità e illuminano di luce nuova le nostre prospettive. Solo animi aridi non colgono le mille sfaccettature dell'universo che ci circonda, ma guai dolersene, lasciamoli nella loro opprimente oscurità prima che  ci trascinino nel buio.
Bravissimi

Grazie Mariangela, ciao. :)

lunedì 2 aprile 2012

Una microstoria che insegna a vivere



Pubblico volentieri e con soddisfazione questa microstoria scritta dalla mia cara amica @LaviniaPucci e da me.

Il titolo che le ho dato è significativo: Lavinia lo sa perfettamente che quanto mi ha scritto non è una semplice narrazione, ma una lezione di vita, che io apprezzo moltissimo.

In una nostra precedente conversazione, cara Lavinia, scrivevamo che la lettura ci salverà. Anche la scrittura, direi ora.



@PaoloArcari

Quella sera di primavera, tornando a casa, Giulio sentiva dentro di sé una sensazione di intima soddisfazione che gli scaldava il cuore.

La temperatura mite lo aveva invogliato a scegliere la strada più lunga e la luna, quasi piena, gli inargentava i pensieri.

Incontrò due fidanzati che passeggiavano mano nella mano e, dopo qualche minuto, alcuni amici che ridevano chiassosamente divertendosi per chissà quale motivo.

Arrivato sulla porta di casa, in uno slancio di ottimismo, pensò che la vita non poteva essere che bella, e che ogni situazione e ogni problema potessero risolversi per il meglio; in fondo, cosa c’era di male a immaginarsi un mondo pieno solo di bontà e buoni sentimenti?

Questo slancio, però, durò solo lo spazio di pochi secondi.

Il suo io razionale prese presto il sopravvento, con parole lapidarie: "la realtà circostante, caro Giulio, non cambia nonostante le tue pie intenzioni e la tua buona disposizione d’animo".

Giulio non era uno stupido e pensò che forse il suo io era troppo severo; in fondo, Epicuro diceva che “non sono gli eventi che colpiscono l’uomo, ma la percezione che egli ne ha”.

Così tra questi pensieri, si abbandonò nelle braccia di Morfeo.



@LaviniaPucci

La mattina successiva, Giulio si svegliò prima del solito. Una luce opaca filtrava dalle persiane e lui sentiva i pensieri ancora sfilacciati dal sonno.

Fuori una cappa di nuvole basse intristiva il primo verde della campagna.

Giulio aprì le imposte e lasciò entrare l'aria. Era fresca, ne respirò a pieni polmoni e sentì dentro di lui un lento mutare di stati d'animo, qualche pensiero triste affiorare.



Si sedette sul bordo del letto, così ancora in pigiama e i capelli arruffati. Un po' inerte.

Sarebbe stato facile abbandonarsi a una sequenza progressiva di digressioni negative, associazioni multiple e tortuose di immagini e pensieri.

Ma Giulio aveva ancora la sensazione di benessere della sera precedente, le intense emozioni che aveva vissuto e soprattutto una nuova forza interiore.



Se nessuna cosa buona aveva esistenza illimitata, se non durava per sempre ma solo per brevi istanti di bellezza, allora, rifletteva Giulio, occorreva cogliere il momento, viverlo profondamente e non dolersi del transeunte né di qualsiasi cosa negativa che sarebbe apparsa lungo il cammino dell'esistenza.



Ancora una volta, Giulio attinse da se stesso una prospettiva nuova da cui osservare le cose, riattivare il movimento del pensiero e trovare risorse preziose con cui affrontare le esperienze quotidiane.



Sì alzò con un sorriso, la mente sgombra e rilassata. Pronto per vincere le sue battaglie con la vita.



Grazie Lavinia, cara amica!

martedì 21 febbraio 2012

Poesia e psichiatria

 

Reparto psichiatrico


Sembianze.
Vestigia di mondi bizzarri
ricalcano gesti consueti.

Insieme
essendo ovunque
non siamo in alcun punto:
semplicemente, allacciate, vortichiamo.


- Poesia di Antonella De Marco -

Rapporti umani e meccanica quantistica: una strana coincidenza...



"Secondo la meccanica quantistica è possibile realizzare un insieme costituito da due particelle tale che, qualunque sia il valore di una certa proprietà osservabile assunto da una delle due, questo influenzi istantaneamente il corrispondente valore assunto dall'altra, che risulterà invariabilmente uguale e opposto al primo, nonostante la teoria postuli l'impossibilità di predire con certezza il risultato di una misura. Ciò rimane vero anche nel caso le due particelle si trovino distanziate, senza alcun limite spaziale".

La definizione che ho riportato sopra è quella del fenomeno quantistico dell'entanglement.

Immaginiamo che questa definizione si riferisca, invece che a due particelle, a due persone.

Secondo me è sorprendente come questo concetto scientifico si possa utilizzare per descrivere, seppure in maniera schematica, i rapporti tra le persone.

Il concetto di entanglement implica, in parole povere, che al movimento di una particella in qualunque parte dell'universo corrisponde una reazione di un'altra particella magari a anni luce di distanza.
Sarebbe come dire che lo spostamento d'aria provocato dal battito di ali di una farfalla, per quanto minuscolo, può far spostare un granello di sabbia nell'altro emisfero terrestre.
Questo genere di concetto è difficile da comprendere perchè si basa su misure quantitative talmente piccole da impedire la normale verifica che ognuno di noi vorrebbe fare a occhio nudo.
Diciamo che il rapporto di causa-effetto esiste e si verifica sempre a prescindere dal fatto che noi possiamo vederlo.

martedì 31 gennaio 2012

Un concetto insolito


La spiegazione dell'equilibrio di Nash che ho illustrato sotto con l'esempio della ragazza non è poi così banale come potrebbe sembrare a prima vista; credo che ognuno di noi, inconsciamente, applichi un suo concetto di "equilibrio" nelle faccende relative alle sensazioni e ai sentimenti.
Mi piacerebbe raccogliere commenti a proposito!
 
La Teoria dei Giochi è la scienza matematica che analizza situazioni di conflitto 
e ne ricerca soluzioni competitive e cooperative.
Essa ha molteplici applicazioni,anche se non è sempre 
la soluzione migliore(o se preferite realistica da applicare ad un problema).
Un esempio lo si trova nel film "a beautiful mind" :
Nel locale entra una ragazza molto bella insieme ad altre
quattro, meno belle ma certo non disprezzabili. Uno del gruppo lancia
la competizione per la conquista della più bella, e tutti sembrano
accettare. Ma Nash obietta che così le cose probabilmente andranno
assai male: dopo essere stata corteggiata da tutti, lei 
potrebbe non concedersi a nessuno. Tutti allora ripiegherebbero sulle
amiche, ma queste, ferite nell'orgoglio per essere state considerate
di seconda scelta, si dileguerebbero. In questa e in molte altre 
situazioni è molto più razionale cooperare che competere. Dunque è 
meglio trascurare del tutto la più bella e concentrarsi subito ognuno
su una delle altre. Eureka! Ecco la scintilla per trasformare tutto
ciò in un bel teorema matematico, e passare alla storia 
con quello che verrà chiamato "equilibrio di Nash".

Una brutta, brutta bestia


Breuler:"... attenuatasi la dolorosa disperazione sulla propria disgrazia, riasciugate le lacrime, quando il peggio sembra superato, lo sventurato si ritrova come impietrito, non ha più gli interessi di prima, niente più lo può rallegrare e avvincere, i familiari gli sono indifferenti, la vita ha perduto ogni attrazione, le percezioni hanno perso rilievo e plasticità."

mercoledì 11 gennaio 2012

Poeti e vita


Dopo intense e proficue discussioni con Lavinia Pucci e Sunghia, da qualche giorno questa frase di Shelley mi è restata in testa.
I libri e la letteratura in genere ci possono salvare la vita, o rendere più salde le nostre ali.
Quando i nostri ideali diventeranno anche i legislatori della nostra vita avremo forse realizzato un'utopia bellissima.


I poeti sono specchi
delle gigantesche ombre
che l'avvenire getta sul presente.
Forza che non è mossa
ma che muove.
I poeti sono i non riconosciuti
legislatori del mondo.

Percy Bysshe Shelley

sabato 7 gennaio 2012

Un libro interessante



Un libro interessante, che merita di essere letto, a mio modestissimo parere.
All’apice – presunto – della società e dell’economia della conoscenza, laddove si disquisisce di preziosi capitali cognitivi da valorizzare e di evoluti strumenti di comunicazione da adottare, il campo politico e produttivo del Paese è per lo più attraversato dagli impulsi ferini di un rinnovato stato di natura hobbesiano, dalle leggi di un incravattato darwinismo sociale, ove contano null’altro che la sopravvivenza, la conservazione dell’utile e del proprio interesse materiale.
Abdicare a una simile posizione è un atto di forza, un gesto paradossale di resistenza e di autentica realizzazione di sé: è quanto compie Alfonso Brentani, con senso dell’ironia e insieme del tragico, nel libro Per oggi non mi tolgo la vita, Exòrma, Roma 2010. Debitore di Luciano Bianciardi e di Guido Morselli, di Italo Svevo, de Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa e soprattutto del Giuseppe Berto de Il mare oscuro, Brentani fa dire al proprio personaggio radicale, esasperato, eccessivo: «L’amore, l’amicizia, l’ambizione, la riproduzione, la vita sociale e professionale, i sorrisi e le uscite notturne e diurne, gli interessi e l’arte, le passioni, le emozioni, i titoli e i profitti, gli affetti e gli abbracci e i dolori; e io di tutto ciò non voglio più nulla, voglio l’assoluta libertà di rifiutare tutto e di non combattere per ottenere tutto ciò, voglio l’onore delle armi per obiezione di coscienza alla vita». E ancora: «Voglio il diritto al patetismo: alla sconfitta e alla rinuncia, alla debolezza e al crollo». Poche altre formulazioni narrative sono altrettanto lapidarie e icastiche nello sferrare senza mezzi termini un calcio in faccia ai tanti che, non essendo all’altezza della contraddittorietà e della complessità delle proprie vite e delle proprie azioni, sono impotenti all’autocritica, terrorizzati alla sola idea di apparire perdenti sul ring degli spiriti animali in competizione (sia esso il talk show televisivo o il mercato con i suoi player, la corsa elettorale dei candidati politici o il luogo di lavoro con le sue condizioni e i suoi obiettivi capestro, la scuola dei concorsi bloccati e truccati o l’industria culturale dei bestseller annunciati).
Per oggi non mi tolgo la vita è, in parte, l’odissea tragicomica di un individuo che tenta più volte il suicidio, fallendo senza rimedio anche in questo. «Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio», scriveva Samuel Beckett in Worstward wo (1984), capovolgendo il grido di battaglia del progresso, Avanti tutta, in un assurdo e sarcastico Peggio tutta.
Le pagine di Brentani, tuttavia, non ricercano mai l’assoluzione o la compassione da parte del lettore, e così rischiano di conquistarne – quale non voluto effetto collaterale – nientemeno che l’amore.
Costantemente afflitto da una «furia cogitativa ingovernabile», il protagonista non appartiene a quella schiera di uomini che risolvono i problemi – propri e altrui – semplicemente senza rendersi conto di incontrarli (i problemi). Anzi, il suo pensiero e il suo sentire, sin dall’età della consapevolezza, sono avvitati nell’inestirpabile inclinazione alla resa e alla rinuncia innanzi a ogni ostacolo presentato dalla vita, e nel conseguente disgusto per essere così rinunciatario e arrendevole. La percezione della colpa propria e della propria sveviana inettitudine, sono infatti la necessaria precondizione di qualsivoglia giudizio sul mondo: «Come quando ogni volta mi sento in colpa per qualcosa di cui invece dovrei burlarmi con la gente, come quando fai un favore e ti senti in colpa perché pensi che il destinatario del favore possa pensare che il favore l’hai fatto per un secondo fine e dunque pensi che si senta in obbligo e che ti disprezzi».
Il bisogno di nuda e diseconomica sincerità, nell’io narrante di Brentani, scaturisce forse – e qui s’appalesa la moralistica prima radice del suo implacabile autolesionismo – dal sentirsi ab origine vincolato agli altri, a quella dimensione sociale dell’esistenza che egli apparentemente rifugge, ma che in realtà lo inchioda a sé, lo individua, come un’istanza metafisica, come un imperativo a cui è impossibile sottrarsi: «e forse questo terrore di mettere obblighi alle persone ce l’ho perché io mi sento sempre in obbligo verso tutti e tutto, anche verso la farfalla verso cui mia nipote soffia acqua». Nel caso dell’io narrante del libro, la percezione del vincolo nei confronti dell’altro è tanto acuta da risultare insostenibile. «Quando sono con le persone», scrive Brentani, «non so mai cosa dire», e d’altro canto le persone, gli altri, nutrono un attaccamento a se stesse che al protagonista del libro appare incomprensibile: «con queste fisse della vita a tutti i costi…».
Sarebbe pertanto riduttivo accorpare il personaggio di Alfonso Brentani a quella tipologia di disadattati sociali che piangono di sé e s’acquietano nella propria inerzia, rifugiandosi in una rassegnata nicchia lavorativa per vegetare in pace, ad esempio nell’industria culturale – una condotta di vita, per altro, molto più diffusa di quanto si creda. Stigmatizzando l’attaccamento della persona alla vita, l’io narrante giudica, in realtà, una specifica figura sociale, infatti «i personalismi che diceva morselli nei politici ci sono anche di più negli intellettuali e allora se ne vadano affanculo questi intellettuali vanesi e sterili e questi della letteratura in cui lavoro e che frequento molto poco e molto di meno di quanto frequenti altri esseri umani».
La mancanza di rispetto nei confronti della sofferenza umana, inclusa quella dell’uomo che indugia in compulsivi pensieri di sottrazione al respiro, è un altro aspetto che desta il verbigerante furore della scrittura di Brentani, e che motiva il suo protagonista all’ascolto di tutti i sottogeneri della musica blackmetal: «io reagisco così perché sono debole e non ho anticorpi esistenziali ma tu ti sogneresti di dire a un malato che sta morendo oh ma che fai perché muori per questa malattia ma lo sai che tanta gente con questa malattia mica muore anzi guarisce e poi torna felice? (…) ma che minchia dici a parte che i dolori non possono mai essere confrontati perché sono soggettivi e non oggettivi come un chilo di carote puoi forse per caso dire quello ha un chilo di disperazione e non può ammazzarsi perché per ammazzarsi devono essere ammessi almeno due chili (…), per ognuno il suo dolore è il peggiore di tutti».
Le presenze vive, animate, nel fluire dei giorni del protagonista di Brentani, ci sono, anche se restano sullo sfondo, ogni volta quasi in attesa di essere appena evocate: un gruppetto di amici e di colleghi del lavoro culturale, una nipote, una madre ovviamente invadente, un cane, una dottoressa non proprio sensibile o professionale – già Franz Kafka diceva che scrivere una ricetta è più facile che parlare con un sofferente. È il rapporto con il cane a dare la misura del rapporto con le persone, a tracciare la strada di una prossemica di relazione che non è affatto ontologicamente negata all’io narrante, ma è semmai da collocare, intensificata, in un suo indeterminato futuro: «Allora il fine settimana lo prendo e lo porto in giro e anche lo coccolo e accarezzo almeno con lui non arrossisco a fare queste cose e almeno ci riesco senza che mi prendano crampi agli arti e palpitazioni disonorevoli e poi lui mi guarda con degli occhi neri giganteschi in mezzo a tutta quella lussureggianza di apparato pilifero bianco che sembra che pianga e mi fissa e emana amore puro e eterno e incondizionato e senza costi e ricatti e cose in cambio».
Inquisitore nient’affatto santo, ma triste, il narratore di Per oggi non mi tolgo la vita non è neppure incline a farsi salvare dal prossimo che gli sta accanto, né a chiedere aiuto in caso di bisogno: «tipo che sto affogando e mi decido a chiamare il bagnino forse perché odio sentirmi in debito e non sopporto il peso della gratitudine per cui sono egoista in fondo».
L’io narrante di Brentani s’accorge di ciò sulla propria pelle non appena scopre – leggendo la verità del bugiardino allegato alla scatola del farmaco (un bugiardino veritiero come una manleva di natura legale) – che tra i possibili effetti secondari dell’Efexor vi sono talvolta l’ansia e in rarissimi casi il suicidio. Anche a questo, tuttavia, v’è un pharmakon: a tenere sotto controllo il primo fastidio ci pensa il Frontal. Nel giro di pochi giorni, il cocktail shakerato dalla dottoressa porta il protagonista dritto dritto nel reparto di psichiatria, dopo notti passate a sudare e tremare, giornate di deconcentrazione e inconcludenza sul lavoro, attacchi di panico e un’accresciuta determinazione a farla finita. Quel che lo salva, in questo caso, è un istinto di sopravvivenza che si stacca da lui e che, sordo al suo ripetergli «ma fatti i cazzi tuoi!», lo induce a telefonare a un’amica e a chiedere aiuto.
In altri termini: l’anima bella dal cuore duro, intransigente, e l’ironista morale, incapace d’ancorarsi ad alcun criterio esterno di giudizio, si perdonano reciprocamente nell’angosciato campo di tensioni strutturato intorno al protagonista di Per oggi non mi tolgo la vita, e giungono a una sopportabile integrazione del sé.
V’è ora un trauma concreto – un pensiero incarnato – da cui ripartire, con il linguaggio, con l’intelligenza, con la pulsione di vita.
La recensione che ho pubblicato è la sintesi di altre varie recensioni che ho letto, e delle mie impressioni.

giovedì 5 gennaio 2012

Jekyll e Hyde ovvero la doppiezza dell'animo umano



Questo passo tratto dal noto romanzo di Stevenson mi ha sempre affascinato, incuriosito e interessato.
La domanda finale è una di quelle alle quali tanto mi piacerebbe trovare una risposta.

"Fu dal lato morale, e sulla mia stessa persona, che imparai a riconoscere la profonda e fondamentale dualità dell'uomo; mi accorsi che, delle due nature in lizza nel campo della mia coscienza, anche se potevo a buon diritto dire di essere l'una e l'altra, cosa che era dovuta soltanto al fatto di essere ambedue radicalmente; e fin dagli inizi, prima ancora che il corso delle mie scoperte scientifiche avesse cominciato a suggerirmi la più concreta possibilità di un simile miracolo, avevo imparato a vagheggiare, con la predilezione di un sogno a occhi aperti, l'idea della separazione di quegli elementi. Se ciascuno di essi, mi dicevo, potesse solo essere collocato in identità separate, la vita sarebbe alleviata di tutto quanto ha d'insopportabile: il malvagio se ne andrebbe per la sua strada, liberato dalle aspirazioni e dai rimorsi del gemello più virtuoso; e il giusto potrebbe progredire con costanza e sicurezza lungo il suo sentiero in salita, compiendo le buone cose in cui trova il suo piacere, e non più esposto all'ignominia e alla penitenza a causa di quel male che gli è estraneo. Era la maledizione del genere umano che simili incongrui sviluppi fossero tanto vincolati, che nel grembo tormentato della coscienza quei gemelli antitetici dovessero scontrarsi continuamente. Come fare, dunque, a dissociarli?"

Qualcuno ha per caso delle idee in proposito?

venerdì 30 dicembre 2011

Una frase che ho letto ieri

"Le cicatrici ci ricordano dove siamo stati.
Non devono determinare dove andremo".

Frase vera e a effetto, è nella nostra natura (almeno nella mia, per ora) farsi guidare dal passato nel nostro cammino verso il futuro.
Abbattere i muri della mente vuol dire anche eliminare questo condizionamento.